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Ma dai, si sposa il principe?

L’espressione basita di Willy, fra lo stupito e il post orgasmico, offre il primo
intelligibile indizio dei toni surreali di un’esibizione che – e non necessariamente ciò
si traduce in qualità – si propone di offrire un’esperienza agli antipodi con gli usi e
costumi del rispettabile e conservatore (quantomeno nei codici di condotta) mondo
delle gallerie dalle mura bianche. “Engagement”, primo solo-show a Londra
dell’artista californiana Jennifer Rubell, alla Stephen Friedman Gallery di Mayfair,
Londra, conclusasi il 12 Marzo, offre un punto di vista inusuale sull’emorragia
comunicativa che fa da background al matrimonio del secolo (che per fortuna e’
appena iniziato). Rubell, figlia d’arte di una dinastia di collezionisti di arte
contemporanea, sceglie, consapevole di giocare con le regole care alla sua tribù di
appartenenza, di lasciare al visitatore la possibilità o meno di “completare” l’opera
d’arte proposta, che cosi com’è, è incompiuta. Chi visita non si limita a osservare ma
diventa co-protagonista e parte integrante dell’opera, che nell’intenzione si pone -
necessariamente – come intercambiabile, infinitamente riproducibile e
contemporaneamente unica.

Il pezzo principale è una statua di cera a grandezza naturale di William, posa ed
espressione facciale prese dalla foto ufficiale rilasciata alla stampa il giorno del
fatidico annuncio dell’imminente matrimonio. Attaccato alla manica del vestito, il
famoso anello è a disposizione del visitatore che può indossarlo, e, braccetto a Willy,
completare il quadretto della coppia reale. I dettagli del viso, delle mani, lievemente
sottolineati, e la riproduzione feticistica dei dettagli meno significanti di vestiario e
accessori, creano, volendo concedere la benevolenza della volontarietà’ all’artista, un
simulacro grottesco che ha il pregio di non prendersi sul serio. Che poi la cosa riesca
a venir compresa, è un’altra storia. Le intenzioni dell’artista si perdono nella
percezione della gran parte del pubblico, che – complice la semplicità estetica tipica
dell’arte concettuale – non vede l’intento sarcastico, ma si limita ad osservarne la
forma e il suo medium di riferimento. Ciò che poteva essere un, più o meno riuscito,
tentativo iconoclasta diventa suo malgrado la glorificazione della cultura della
celebrità. E una galleria d’arte si trasforma in una succursale senza biglietto d’ingresso
del supermercato delle cere Madame Tussauds.

La seconda ed ultima sala alimenta la sensazione di dislocazione – di per sé ben
concepita – con altrettanto dubbi risultati. Sulle mura bianche il visitatore si confronta
con quattro enormi tele, vuote se non fosse per i rubinetti dorati che escono da
ognuna. Accanto alle tele, un dispensatore di bicchieri di plastica, e il mistero è presto
svelato. Ogni tela contiene un diverso liquore (Madeira, Rhum, Whiskey o Sloe Gin)
che rimanda ad alcuni degli angoli più disparati delle zone di influenza del defunto
impero Britannico, e che i visitatori possono degustare brindando agli sposi, o
alternativamente versare sul dipinto, lasciando traccia odorosa e indelebile del loro
passaggio. Lo show prospera sulle contraddizioni fra la sacralità del backdrop
contrapposta all’ironia giocosa della mise-en-scene.

Tutto molto apprezzabile se non fosse che un certo semplicismo curatoriale tralascia
la scelta di evidenziare le chiavi di lettura, lasciando che gli sforzi si perdano nel
delirio della comunicazione pre matrimoniale, e che l’approccio anche originale al
tema si perda per strada trasformando il tutto nell’ennesimo, ridondante memorabilia
dell’evento in questione. E se il punto è l’evento in questione, allora quasi meglio i
completi da the di porcellana che da qualche mese affollano ogni negozio di
souvenir…

Scritto da: Andrea Tocchini

Info:
Jennifer Rubell
‘Engagement (with Prince William sculpted by Daniel Druet)’ 2011
Wax and resin mannequin, wool suit, leather shoes and watch with plinth

220 x 169 x 100cm
(86 5/8 x 66 1/2 x 39 3/8in)
Edition 1 of 3 + 2 APs

Image © the artist and courtesy of the artist and Stephen Friedman Gallery.
Photography courtesy of Stephen White.

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