Dalla pianura padana ai colli hollywoodiani: evidentemente si può. In realtà conosco un ragazzo che dal tavoliere pugliese se n’è andato a LA (Congorock), ma quella è una storia che ha tutt’altre coordinate sonore. Il nostro elefantino sorvola la west coast in tutto e per tutto (propongo in lungo ed in largo). Il territorio è quello psych-rock che nei 60s faceva scuola proprio in quella zona degli USA: fasce tra i capelli e t-shirts candeggiate insomma. Il suo debutto è un gioiellino di lo-fi pop degno del miglior Jim Noir, uno dei best kept secret del moderno pop, uno che per intenderci s’è guadagnato il riquadro più esclusivo della mia Billy/Ikea, cioè quello con tutti i dischi di Stereolab, Broadcast, United States Of America & co.
“Elephants at the door” ha un suono volutamente stonato, saturo, caleidoscopico, ricco di synth e chitarre inacidite, tricks da computer e voci sempre sommerse da effetti. Il ragazzo, coi suoni, ci gioca proprio bene. Uno dei pezzi si chiama “Raymond play”. Ora, non c’è dato sapere se si tratti di un omaggio più o meno velato a Raymond Scott (i synth giocattolosi dell’intro parrebbero confermare), ma sono sicuro che a noi tutti piace pensare sia comunque così. Quasi dimenticavo di dire che il disco esce in free downloading (link qui di seguito) e 12″. Come dire, scontro analogico/digitale vecchio/nuovo anche nel formato.
Scritto da: Andrea Populous Mangia
All photos by: Silvia Bergomi
Cover Art: Chiara Tomati
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